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lunedì, 07 gennaio 2008
A volte ti succede di non poter stare con la gente, allora esci di casa e ti butti in strada con la tua musica. Magari è sabato, anzi, con titta probabilità lo è, perché se hai avuto il tempo di fermarti ad analizzare i tuoi bisogni interiori vuol dire che non avevi molto da fare. Dato che è sabato, tutti sono in giro a comprare, non importa cosa: c'è chi si compra un vestito (perché è sabato), chi si compra un soprammobile (sempre perché è sabato) e chi si compra dei cosmetici (indispensabili il sabato). In generale, la maggior parte della gente in giro per città di sabato cerca un'immagine da stamparsi addosso.
Dico la maggior parte perché in quel momento ci sei tu, che sei lì per stare da solo, a creare automaticamente una minoranza. E alla fine il risultato è che per stare da solo hai avuto bisogno di versarti in mezzo a massa di persone (si sentiranno sole le formiche?).
La conseguenza è che ti senti diverso da tutti loro, senti di non avere nulla in comune con loro. Cammini per le strade affollate del centro e la musica che ascolti ti da l'impressione che tuttu quanti intorno a te formino un fluido che si muove amorfo, e tu sei l'unico a vederlo.
Tu ne sei fuori.
Cammini lentamente (perché tutti corrono) e preghi iddio di non incontrare nessuno che ti venga a parlare, quelli che conosci fai finta di non vederli, e quelli che ti salutano li saluti e te ne vai.
Sei da solo in una massa di persone che stanno tutte da sole e cercano di trovare una soluzione aggregandosi. Stando da soli con gli altri.
Una soluzione fittizia al problema di sentirsi soli.
Tu sei da solo e ci vuoi stare. Non ti senti solo perché in quel momento sei con te stesso. E allora scopri che te stesso è un'entità che ha molte più cose da dirti di qualunque altro gregario da shopping sabato-pomeridiano.
Con te stesso intrattieni un dialogo interessante senza smettere di vedere il fluido muoversi al ritmo della musica, i sorrisi omologati, le pose, le sfilate, la grande pantomima attraverso la quale la vedi, all'improvviso, camminare lentamente.
A braccetto con sè stessa.
postato da: xbill alle ore 09:44 | Link | commenti (1)
categoria:frammenti
lunedì, 07 gennaio 2008
Lo UCD di Dublino aveva un Pub in cui non si poteva fumare e gli alcolici venivano serviti solo ai maggiorenni. Ciononostante l'atmosfera era offuscata dal rumore dei boccali di birra scura appoggiati ai tavoli, poi ripresi e fatti urtare l'uno contro l'altro in un continuo brusio che si mischiava alle collisioni delle palle sul tavolo da bigliardo e al gracchio della voce di Liam Gallagher che usciva dal juke box.
Sotto la luce forte dei grandi lampadari che illuminavano i tabolini che i ragazzi si divertivano a ricoprire dei bicchieri che avevano svuotato, Luca stava a guardare appoggiato a una colonna.
Davanti a lui, appoggiata al tavolo da bigliardo, intenta a colpire la palla bianca, concentratissima, stava ciò che per lui sarebbe diventato il primo amore allucinato, quello che ti si inchioda in testa a diciassette anni e che chissá quando te lo scordi.
Per tutto l'anno seguente Luca avrebbe guardato le ragazze di spalle per strada cercando quei capelli neri così lisci da cadere sulle spalle in un modo irreale. Le guardava e immaginava di vederle voltarsi e mostrargli quel volto con quel candore altrettanto irreale e al centro quel sorriso da sbarazzina triste.Luca si sarebbe poi stupito di trovarla anni dopo esattamente uguale, con lo stesso viso, gli stessi capelli, gli stessi occhi di ghiacco dallo sguardo sconvolgente, ma ora adulta nei modi, meno incalzante, piú vissuta.
Il colpo partì.
In quel momento, nella totale noncuranza del movimento della palla, Luca seppe cosa voleva fare. Parlarle, creare una situazione per dirle cosa sentiva. Si staccò dalla colonna, le si avvicinò. Aveva paura, si sentiva a disagio, sentiva che le forze gli venivano meno: "Vale, vieni a fare un giro?"
"Ok".
Si sarebbe ricordato per molto tempo di quella conversazione in cui, nell'imbarazzo e nell'impaccio di un diciassettenne innamorato al suo primo tentativo, le parlò della prima cosa che gli venne in mente. Il suo futuro. Le disse che voleva fare l'universitá per poi fare l'Erasmus.
"...è un progetto di scambio culturale..."
"Sì che lo so cos'è l'Erasmus!" lo interruppe bruscamente, quasi indispettita.
Si sentì stupido.
postato da: xbill alle ore 09:43 | Link | commenti
categoria:frammenti
mercoledì, 07 novembre 2007
Eh? Ah, no.. scolta! Ve, sono a casa... ma sí, dai a casa di questo qua che conta i quanti...

-Paolo Arnaldo Dallari
postato da: xbill alle ore 16:03 | Link | commenti (1)
categoria:citazioni
venerdì, 02 novembre 2007
Tu cosa combini a Granada? Come va con tutte le tue donne? ;-) 

io ho semplificato le donne come si semplificano le frazioni. le ho ridotte a una e mi guardo bene dal sommarle qualsiasi cosa, che poi per semplificare di nuovo è sempre un casino e io sono sempre stato quello che, in matematica, faceva bene i procedimenti ma sbagliava i calcoli...
postato da: xbill alle ore 20:47 | Link | commenti (1)
categoria:citazioni
venerdì, 28 settembre 2007
Abbiamo aperto il blog della Liga de Improvisaciòn de Granada.
Gli hispanohablanti potranno informarsi visitando http://ligadeimprovisaciondegranada.blogspot.com/

E non solo! Ho caricato un paio di video di un paio di impro mie su YouTube!


E...

un bacio a tutti!
postato da: xbill alle ore 12:07 | Link | commenti (3)
categoria:cronaca
lunedì, 17 settembre 2007
"Meno male che abbiamo la razionalità perchè il subconscio è veramente un PISTOOOOOOLA!"
postato da: xbill alle ore 12:21 | Link | commenti (3)
categoria:
sabato, 15 settembre 2007
:..listen..:

Il primo a farlo fu un ragazzo diciassettenne di St. Aout, un paesino nato su un incrocio nel centro della Francia.
Stava scendendo le scale di casa sua per andare a cena e si fermò.
Da quel momento in poi non fece più nulla.
Sulle prime i genitori pensarono che scherzasse, cenarono gettando uno sguardo verso il corridoio tra una risatina e l'altra, ma il ragazzo non scese.
Poi si arrabbiarono moltissimo. Lo sgridarono, al padre scappò anche uno schiaffone ma nulla. Loro figlio stava lì, sveglio, vivo, per nulla in trance. Semplicemente fermo.
Allora lo portarono da un medico quella sera stessa, lo fecero visitare. Lui si fece visitare ed il medico concluse che il ragazzo era diventato autistico. Un caso rarissimo, certamente, l'autismo non si sviluppa come una malattia, insomma, autistici si nasce, ecco... Però quelli erano chiarissimi sintomi di autismo e c'era da rivolgersi agli psicologi.
Gli psicologi vennero, videro, parlarono tra di loro, convennero che tutto ciò era eccezionale e, alla fine, diagnosticarono.
Non c'era altro da fare che seguire le cure classiche per l'autismo. Sicuramente se il ragazzo era stato "normale" fino al giorno prima, sarebbe stato molto più facile recuperarlo. Dicevano certi.
Altri non erano d'accordo, ma il ragazzo fu portato in una clinica specializzata a Limoges, dove sarebbe stato seguito e curato nel migliore dei modi.
Quando arrivò fu portato in una stanza, a spalla, naturalmente, lui non muoveva un passo, fu fatto sedere, gli fu offerto del te. Lui non reagì.
Stette seduto.
Dove lo mettevano restava: sveglio, vivo, per nulla in trance. In piedi, sdraiato o seduto, non cambiava nulla.
Poco a poco si resero conto di un fenomeno che inquietò in po' tutti.
Il ragazzo non mangiava, era evidente, ma non si liberava nemmeno delle sostanze che gli iniettavano per nutrirlo.
In un mese intero non aveva mai espulso nulla dal suo corpo, nè escrementi nè saliva, non uno sternuto, non una goccia di sudore.
Vennero nuovi medici ad osservarlo e decisero che era un caso clinico.
Fu spostato all'Esquirol di Parigi dove gli scienziati disponevano di una stanza intera per osservarlo al fine di capire cosa stesse succedendo. Sembrava che, per quel ragazzino e solo per lui, il tempo si fosse fermato.
Su di lui si facevano continue analisi ma nessun risultato convincente veniva alla luce.
Ci volle un altro mese perchè un'infermiera si accorgesse che nè le unghie nè i capelli erano cresciuti di un solo millimetro dalla prima volta in cui l'aveva visto.
Rimase ad osservarlo sgomenta. Lui rimaneva impassibile davanti al terrore dell'infermiera: i suoi occhi mantenevano lo sguardo fermo, serio, senza la minima traccia di qualsiasi stato d'animo, ma sempre vivo, sveglio, assolutamente cosciente.
Decisero che non era possibile.
Qualcuno opinò che il ragazzo doveva muoversi in certi momenti, anche solo per un istante o in termini minimissimi, ma qualche movimento lo doveva pur fare, perdio!
A nessuno era venuto in mente nulla del genere prima così che furono avanzate ipotesi di ogni tipo sulla scia della prima. Ipotesi che portarono all'idea di mantenere il ragazzo sotto osservazione costante mediante un sistema di telecamere ad altissima definizione situate in modo da mantenere sotto controllo ogni angolo del suo corpo (l'avevano spogliato per non compromettere il livello di precisione delle osservazioni). Durante un anno si osservò il ragazzo con il nuovo sistema e durante un anno l'umanità fu costantemente aggiornata dai mass-media sulla sua stasi permanente. Durante quell'anno al ragazzo non uscì nessun punto sulla pelle, non si allungarono le ossa nemmeno di un millesimo di millimetro, non era venuta nessuna malattia. Il suo stomaco non fece nessun rumore ed il suo sguardo rimase lo stesso di sempre.
Un telegiornale inglese aveva aggiunto alla sua programmazione una rubrica fissa sullo stato del ragazzo, a cui seguiva un dibattito medico, sociologico, filosofico o religioso a seconda dei giorni. Almeno una volta alla settimana in ogni canale televisivo o radiofonico si organizzava un talk-show sull'argomento, con interviste a genitori, amici, parenti, gente del paese e tutto ciò che potesse servire a creare un evento da qualcosa che non cambiava mai. L'evento perfetto, per così dire. L'evento eterno.
L'umanità non si stancava, per la prima volta, di assistere ad uno spettacolo statico, senza colpi di scena, senza evoluzione di alcun tipo. Al contrario, più quel ragazzo stava fermo più le masse si concentravano su di lui, ogni giorno più attratte su quelle immagini dall'inquietudine che generavano.
Nessuno si accorse che non si viveva più come una volta. C'era stato un tempo in cui non esisteva nulla del genere, poi era arrivato il giorno in cui quel ragazzino si fermò.
Cinque anni dopo nacque un canale satellitare che trasmetteva ventiquattro ore su ventiquattro le osservazioni del ragazzo. In tutti quegli anni nessuno aveva smesso di dire che lui aveva diciassette anni.
L'anno successivo da uno studio statistico emerse che le persone che avevano accesso al canale passavano (in media) metà della loro giornata assistendo alle immagini. Il Canale fu fatto pubblico in quasi tutti i paesi del mondo. Nei restanti la diffusione tardò a seconda del livello tecnologico di ogniuno, ma si arrivò comunque ad uno stato delle cose tale per cui ogni essere umano poteva, quando voleva, informarsi sulla stasi del ragazzo.
Di fatto, il fenomeno era una questione assolutamente contingente per l'umanità intera. Nessuna religione, corrente di pensiero o paradigma esistenziale di sorta potè rimanere indifferente al fenomeno e ogniuno tentò di dare la sua interpretazione. Nacquero molteplici sette sparse per il mondo che si dedicavano ad adorare il Ragazzo Immobile ed i loro adepti crescevano costantemente.
Poco a poco la gente smise di uscire di casa. Passavano il loro tempo guardando il Canale, sospesi in silenzio, assolutamente rapiti, ipnotizzati da quelle immagini. Ogniuno con il suo sguardo fermo, serio.
Senza la minima traccia di qualsiasi stato d'animo.
postato da: xbill alle ore 18:28 | Link | commenti
categoria:narrativa
giovedì, 13 settembre 2007
:..listen..:


Il telefono cellulare lanciava nel suo orecchio il tono preciso e ripetitivo dell'attesa di risposta. Click.
"Silvio! Qué tal? ...Yo bien, por aquì ya instalado en el piso."
Attraverso la finestra la luce del pomeriggio si faceva poco a poco arancione sulla vega. Era l'ora in cui l'aria si rinfrescava facendosi più respirabile.
"...Jo, gracias tìo. Y me puedo pasar ahora? Perfecto. Y oye, que te iba a decir... Vas a necesitar tu colchoneta?"
Silenzio.
"Silvio?"
Dall'altra parte si ascoltava un rumore indistinto, somma di tutti i movimenti e luci della strada.
Si lasciò la porta di casa dietro a le spalle e salutò l'imminente notte scendendo il barrio di Cartuja, diretto al Paseo de los Tristes.
Lungo il marciapiede una ragazza camminava davanti a lui. Si era immessa in Real de Cartuja da una delle piccole laterali. Lui posò distrattamente gli occhi sulla rotondità del suo andare e poi sul lampione che stava sfarfallando per accendersi. L'ombra della passante si spostava in un vicolo a destra. Pronto a dimenticare quel bel corpo sbirciò nella laterale ma non fu in grado di scorgerla.
Per la sorpresa rimase ad osservare qualche secondo l'entrata della strada. La prima porta era a quindici metri.
Già era notte.
A Granada era solito far buio repentinamente dopo un lento tramonto. Lui camminava lungo calle Elvira guardando le tre ombre che proiettavano i lampioni al suo passaggio. C'era gente un po' d'appertutto, spaziando tutti i gradi di età e stile di vita. Ognuno con le sue tre ombre, tutte intrecciate. Per qualche minuto si sentì ipnotizzato dal loro armonioso sfumare l'una nell'altra mentre lui camminava e poco a poco si lasciò alle spalle i rumori e le persone. Ora era solo, in quel punto non c'erano bar. Notò che il silenzio era assoluto. Da una casa vide uscire una signora assieme a delle esclamazioni:
"Ven a ver lo que pasa en la tele!"
La donna si voltò e rientrò incuriosita, lui si avvicinò alla porta per ascoltare, ma non sentì nulla. Si guardò intorno, nessuno, varcò la soglia, attraversò il piccolo corridoio ed entrò nel salotto deserto. La televisione era accesa sul telegiornale della sera.
L'immagine era ferma e ritraeva lo studio di Canal Tres, una elegante scrivania di vetro ed il logo del canale. Arancione su bianco.
Nessun annunciatore, nessun servizio, nessun errore. Il telegiornale era vuoto.
Gli ci volle qualche secondo per capire cosa stava guardando.
Salì correndo verso Plaza Nueva, cercando qualcuno a cui chiedere cosa stava succedendo, sentiva solo i suoi passi affannati nel silenzio irreale di cui cercava la fine. Correva e le sue ombre sfumavano l'una nell'altra nei lunghi saltelli della corsa, questa volta senza sovrapporsi a nessun'altra sagoma di persona. Dov'erano tutti?
Gettò un altro sguardo sulle sue ombre, non poteva evitarlo, le ombre correvano e allo stesso tempo ruotavano intorno a lui in un armonioso cinematografo di sagome grigie che saltavano e giravano saltavano e giravano ed erano meno scure di prima però continuavano a svanire l'una nell'altra e a correre intorno a lui poco a poco erano meno scure e più trasparenti, si rincorrevano, meno scure. Le ombre correvano intorno a lui. Lui correva. Poco a poco le ombre sparivano.
Poco a poco, lui.
postato da: xbill alle ore 12:41 | Link | commenti
categoria:narrativa
sabato, 08 settembre 2007
Hi there,
this is intended to interest all those who are on a mission tryin to have some PCMCIA serial card based on the Oxford Semiconductors OXCB950 chip.
Actually there's no way to make linux see the card neither by the pcmcia_cs (with the serial_cs kernel module) nor the 8250_pci kernel module. The first is because this is a CardBus chip and this is not supported by the pcmcia_core framework and the latter is because you basically need a patch for this card.
So there are bad and good news about the matter.
The bad one is that the Linux kernel tree never included any patch to solve this problem even if the subject has been largely discussed in the bugzilla forums.
The good one is that here you can find the diff code to apply the patch! ;)

----------------------------------  code - CUT HERE ---------------------------------------------------

diff -Nuarp linux-2.6.19-orig/drivers/serial/8250_pci.c linux-2.6.19/drivers/serial/8250_pci.c
--- linux-2.6.19-orig/drivers/serial/8250_pci.c 2006-11-29 13:57:37.000000000 -0800
+++ linux-2.6.19/drivers/serial/8250_pci.c      2007-01-27 01:26:32.000000000 -0800
@@ -967,6 +967,7 @@ enum pci_board_num_t {
        pbn_exsys_4055,
        pbn_plx_romulus,
        pbn_oxsemi,
+       pbn_oxsemi_oxcb950,
        pbn_intel_i960,
        pbn_sgi_ioc3,
        pbn_nec_nile4,
@@ -1409,6 +1410,16 @@ static struct pciserial_board pci_boards
        },
 
        /*
+        * This Oxford Semi OXCB950 board requires a special baudbase
+        */
+       [pbn_oxsemi_oxcb950] = {
+               .flags          = FL_BASE0,
+               .num_ports      = 1,
+               .base_baud      = 1000000,
+               .uart_offset    = 8,
+       },
+
+       /*
         * EKF addition for i960 Boards form EKF with serial port.
         * Max 256 ports.
         */
@@ -2053,6 +2064,14 @@ static struct pci_device_id serial_pci_t
        {       PCI_VENDOR_ID_OXSEMI, 0x950a,
                PCI_ANY_ID, PCI_ANY_ID, 0, 0,
                pbn_b0_2_1130000 },
+
+               /*
+                * OXCB950 Oxford Semi single port device
+                * found in RedChief, STLabs, EIA232, and Belkin F8T002 devices
+                */
+       {       PCI_VENDOR_ID_OXSEMI, PCI_DEVICE_ID_OXSEMI_OXCB950,
+               PCI_ANY_ID, PCI_ANY_ID, 0, 0,
+               pbn_oxsemi_oxcb950 },
        {       PCI_VENDOR_ID_OXSEMI, PCI_DEVICE_ID_OXSEMI_16PCI954,
                PCI_ANY_ID, PCI_ANY_ID, 0, 0,
                pbn_b0_4_115200 },
diff -Nuarp linux-2.6.19-orig/include/linux/pci_ids.h linux-2.6.19/include/linux/pci_ids.h
--- linux-2.6.19-orig/include/linux/pci_ids.h   2006-11-29 13:57:37.000000000 -0800
+++ linux-2.6.19/include/linux/pci_ids.h        2007-01-27 01:27:38.000000000 -0800
@@ -1857,6 +1857,7 @@
 #define PCI_VENDOR_ID_OXSEMI           0x1415
 #define PCI_DEVICE_ID_OXSEMI_12PCI840  0x8403
 #define PCI_DEVICE_ID_OXSEMI_16PCI954  0x9501
+#define PCI_DEVICE_ID_OXSEMI_OXCB950   0x950B /* 1x 16950 tested on RedChief */
 #define PCI_DEVICE_ID_OXSEMI_16PCI95N  0x9511
 #define PCI_DEVICE_ID_OXSEMI_16PCI954PP        0x9513
 #define PCI_DEVICE_ID_OXSEMI_16PCI952  0x9521

----------------------------------  code - CUT HERE ---------------------------------------------------

This patch is actually intended to be applied to a 2.6.19 kernel but I applied it on a 2.6.18-suspend2 sources (with Gentoo patches) and it worked.

WARNING!!!!  
THIS PATCH IS _NOT_ OFFICIAL AND NOBODY IS GOING TO BE RESPONSIBLE OF ANY PROBLEMS IT CAN CAUSE TO YOUR SYSTEM. IT IS _HIGHLY_ RECOMMENDED YOU MAKE A BACKUP OF YOUR STUFF BEFORE APPLYING IT AND RUN YOUR PATCHED KERNEL.

This patch is courtesy of Doug. LaRue. Thanks a lot mate!
postato da: xbill alle ore 10:19 | Link | commenti (2)
categoria:linux
mercoledì, 29 agosto 2007
Era evidente che non si poteva più vivere in quello stato.
Ogni volta che si vedevano, ogni volta che tra loro c'era un contatto, il peso di quel segreto gravava su di lui, lo rendeva diverso, inarcava la sua personalità verso un progressivo appiattimento delle emozioni, dei sorrisi, delle soddisfazioni, come se attraverso di lui essi non potessero più passare, attanagliata com'era la sua anima da quella morsa implacabile che solo una confessione poteva, forse, sciogliere.
Un giorno passeggiavano per Hyde Park, il cielo era evidentemente grigio ma a loro non piaceva portare con sè ombrelli. Se la pioggia arrivava era che dovevano bagnarsi.
Stavano passando di fianco al lago quando lui prese coraggio e disse
- ti devo fare una confessione.
- Lo so. L'aspetto da tempo.
Entrambi convenivano che non era una cosa che si poteva fare guardandosi in faccia. Era evidente che bisognava trovare una soluzione, una location perfetta per consumare quella cerimonia: si trovarono d'accordo su Westminster Abbey, quello stesso pomeriggio.
Aveva incominciato a piovere una specie di polvere umida, i vestiti e le sciarpe poco potevano contro quelle microparticelle di fastidio, colpa e nostalgia che si insinuavano nelle pieghe della pelle, tra le fessure dei tessuti e formavano una patina sottile sugli occhi.
Nessuno dei due rallentò passando sotto le due enormi quercie davanti all'entrata (la luce era oscura) nè esitarono al varcare la soglia della stretta entrata che dava direttamente sulla navata principale. Semplicemente lui, dirigendosi verso il portone, guardò in alto e per un istante fugace contemplò come quella facciata e le sue torri saltavano appuntite verso le nubi.
Non percorsero la navata centrale. Senza fiatare si diressero ai due lati dove, protetti dalle enormi colonne, le bacheche degli eventi ecclesiastici e tutta quell'aria, non potevano vedersi.
- Mi senti?
- Sì, perfettamente.
Al termine di quella confessione sarebbero usciti in direzioni opposte e si sarebbero lasciati inghiottire dalle strade di Londra come se non si fossero mai visti, come se il vento non li avesse mai fatti incontrare, al contrario, come se li avesse dispersi entrambi sugli umidi marciapiedi dove regna la Fretta. Non faceva parte degli accordi, ma lo sapevano.
Al termine di quella confessione, il loro termine.
Seguì un silenzio scomdo, in cui entrambi verificarono la presenza di altre orecchie in quel tempio del silenzio indiscreto. Un altro sguardo verso l'alto dove le colonne si inarcano e si incrociano. Poi,
- Ebbene?
postato da: xbill alle ore 16:48 | Link | commenti
categoria:narrativa